Amnesty International sollecita i leader europei a correggere il sistema che lascia le persone in mare

foto-settimana-21-2017-17-620x372Amnesty International ha sollecitato i leader europei a correggere il sistema che scoraggia gli stati dal fornire assistenza ai rifugiati e ai migranti che si trovano in situazioni di pericolo in mare. 
In un’analisi intitolata “Alla deriva nel Mediterraneo”, Amnesty International denuncia che l’affidamento dei controlli di frontiera alle autorità libiche e l’assenza di un sistema di condivisione equa delle responsabilità sull’accoglienza dei richiedenti asilo in Europa hanno dato luogo a una situazione in cui migranti e richiedenti asilo vengono spesso lasciati alla deriva nel Mediterraneo. 

L’analisi descrive anche una serie di misure che dovrebbero essere assunte per evitare che si ripetano casi come la prolungata attesa in mare delle navi di Sea Watch e Sea Eye e il blocco di Proactiva Open Arms. 

“Non dovremmo più assistere al vergognoso spettacolo offerto da esponenti politici in gara per dimostrare di essere più cattivi nel negare assistenza e rifiutare l’approdo a terra di uomini donne e bambini rimasti per settimane a bordo delle navi di soccorso”, ha dichiarato Matteo de Bellis, ricercatore sulle migrazioni di Amnesty International. 

“I leader dell’Unione europea devono adottare misure urgenti per correggere un sistema che non aiuta né gli stati della frontiera marittima né le persone in cerca di salvezza, che vengono lasciate in mare o che languono negli stati membri, sopraffatti da procedure d’asilo inefficaci o estenuanti”, ha aggiunto de Bellis. 

L’assenza di un meccanismo europeo per condividere la responsabilità dell’accoglienza dei richiedenti asilo appena approdati ha forti consegue nze per gli stati della frontiera marittima, responsabili dell’esame delle domande d’asilo, dell’accoglienza dei richiedenti, dell’integrazione di coloro cui è riconosciuto il diritto alla protezione internazionale e del rimpatrio di coloro cui non viene accordato. 

I governi europei hanno posto in essere una serie di misure per impedire l’attraversamento del Mediterraneo centrale, tra cui il rafforzamento della capacità della Guardia costiera libica di intercettare le persone in cerca di salvezza e gli ostacoli frapposti alle Ong che svolgono attività di ricerca e soccorso in mare. 

L’obiettivo è quello di tenere le persone lontano dall’Europa, nonostante la Libia non abbia la capacità di coordinare le operazioni di soccorso e che, secondo il diritto internazionale, le persone soccorse in mare non possano essere portate in un paese, come la Libia, in cui rischiano di subire torture, estorsioni e stupri. 

Per ridurre il numero degli approdi nei loro porti, alcuni stati membri dell’Unione europea hanno azzerato o ridotto i pattugliamenti da parte delle proprie navi. Le Ong che si sono attivate per porre rimedio a questa situazione si sono viste a loro volta rifiutare sistematicamente l’ingresso nei porti, soprattutto quelli di Italia e Malta. Alcuni governi europei hanno persino impedito alle Ong di portare avanti le loro azioni di salvataggio di vite umane, attraverso indagini penali infondate e ostacoli burocratici. 

L’ultimo esempio del genere è l’ordinanza delle autorità marittime della Spagna che ha impedito a Proa ctiva Open Arms di svolgere attività di soccorso nel Mediterraneo centrale. Le autorità spagnole riconoscono, come scrivono nell’ordinanza, che il sistema non funziona e che gli stati della frontiera marittima hanno agito in contrasto con gli standard e le norme del diritto internazionale del mare, ma alla fine il prezzo lo fanno pagare ai richiedenti asilo e a chi vorrebbe soccorrerli. 

“Le proposte per cambiare il sistema attuale o almeno per rimediare temporaneamente alle sue manchevolezze vengono bloccate da alcuni governi, ma prima delle elezioni europee di maggio c’è ancora una possibilità per farlo”, ha commentato de Bellis. 

“I leader europei non possono continuare a girare le spalle alle persone abbandonate in mare e a distorcere il dibattito sull’immigrazione per i loro vantaggi politici. Devono accordarsi urgentemente su una politica rapida e funzionante sugli approdi coerente col diritto internazionale e su un sistema equo di condivisione delle responsabilità tra gli stati membri per quanto riguarda i richiedenti asilo”, ha concluso de Bellis. 

Roma, 18 gennaio 2019 

Ulteriori informazioni 

Il 14 gennaio si è appreso che le autorità spagnole hanno impedito alla nave Proactiva Open Arms di salpare per il Mediterraneo centrale. 

La settimana prima 49 persone sono state fatte finalmente sbarcare a Malta, dopo essere rimaste per 19 giorni in mare a bordo della Sea Watch 3 e della Professor Albrecht Penck, navi di ricerca e soccorso in mare delle Ong Sea Watch e Sea Eye. 
https://www.amnesty.it/salvare-vite-in-mare-sea-watch/ 

Gli sbarchi rapidi sono complicati dalle inique norme europee in tema d’asilo, ovvero il cosiddetto sistema di Dublino, che determina lo stato membro responsabile per l’esame delle domande d’asilo. Solitamente questo stato è quello di primo ingresso nel territorio dell’Unione europea. 

Questa situazione costringe una piccola manciata di stati membri a gestire la maggior parte delle domande d’asilo. 

Nel novembre 2017 il Parlamento europeo ha votato a favore di una radicale riforma del regolamento di Dublino, invitando ad adottare un meccanismo vincolante che assicuri che tutti gli stati membri accolgano la loro equa parte di persone in fuga dalla violenza e dalla persecuzione. < /span>

Tuttavia il Consiglio europeo raggiunge l’accordo sulla riforma di Dublino a causa dell’opposizione di alcuni stati membri che non vogliono condividere la responsabilità dell’accoglienza dei richiedenti asilo. 

Vedi il rapporto del 2018:   
https://www.amnesty.it/leuropa-e-responsabile-dellaumento-delle-vittime-nel-mediterraneo-centrale/ 

L’analisi intitolata “Alla deriva nel Mediterraneo” è online all’indirizzo: 
http://www.amnesty.it/migranti-deriva-mediterraneo62204e4d-c01e-4021-a2ae-4abfb1d3bae4_1200x500_0.5x0.5_1_crop