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TORINO - Una calda serata peruviana per i diritti umani
Il Perù è tornato, per pochi attimi, a far parte dell’agenda dei media italiani all’inizio del mese di giugno quando la polizia è intervenuta con la forza, a Bagua, contro i nativi delle comunità dell’Amazzonia che protestavano contro una serie di atti legislativi, adottati senza consultare le comunità indigene, sull’uso della terra e delle risorse naturali nella selva amazzonica.
Ci si chiede se i fatti sanguinosi di oggi (almeno nove indigeni e 24 agenti di polizia morti e 200 feriti, tra cui 31 agenti) siano in qualche modo collegati con la travagliata e frammentata storia di questo paese. Esiste cioè un’abitudine all’abuso di potere in un paese che in passato, per contrastare l’opposizione di gruppi armati come Sendero Luminoso e il Movimento Rivoluzionario Tùpac Amaru è ricorso anche alla violazione sistematica dei diritti umani e delle libertà fondamentali?
E ancora, la condanna di Alberto Fujimori (presidente del Perù dal 1990 al 2000), a 25 anni di carcere, per crimini contro l’umanità, rappresenta un momento storico e un punto di svolta, o è lecito dubitare che quella della giustizia in Perù rimanga una questione irrisolta?
Amnesty International ha trattato questi temi e provato a dare risposte a questi interrogativi nel dibattito: "Il Perù tra domanda di giustizia e impunità: una questione irrisolta", che si è tenuto a Torino martedì 14 luglio.
L’afosa serata torinese non scoraggia la presenza di un numeroso pubblico peruviano e italiano.
Carla Gottardi, già presidente della sezione italiana di Amnesty International, introduce la serata ricordando i motivi di preoccupazione e gli interventi dell’organizzazione nei decenni precedenti. Una realtà che anche la Commissione Verità e Riconciliazione in Perù, nel suo rapporto pubblicato nel 2003, attesta: oltre 69.000 furono le vittime, tra morti e desaparecidos, della violenza politica e della repressione statale (tre quarti erano contadini e indios); oltre la metà delle vittime fu imputata a Sendero Luminoso, il resto alle forze governative, ai paramilitari e ai gruppi armati di opposizione minori; pesanti furono giudicate le responsabilità, politiche e non solo, dei governi degli ex presidenti Belaúnde Terry, Alan García e Alberto Fujimori nelle violazioni dei diritti umani. Le principali preoccupazioni di oggi di Amnesty International continuano a riguardare l’impunità di chi si è reso responsabile di violazioni ed abusi; la difficoltà di ottenere giustizia da parte delle vittime; gli attacchi a cui sono tuttora esposti i difensori dei diritti umani e la libera stampa; la discriminazione nell’accesso ai servizi sociali di larga parte della popolazione più povera ed emarginata, specie le donne.
Il prof. Luís Dapelo, docente di Lingua Spagnola e Traduzione presso le Università di Genova e Cagliari, svolge un approfondito excursus degli ultimi trent’anni della storia del Perù, ponendo l’accento sullo sviluppo non lineare, dopo l’indipendenza dalla Spagna, della società civile, con la crescita del militarismo che si è sostituito alla politica e una pseudo modernità che non corrisponde ad una reale modernizzazione. Un insieme di cause che ha portato, dopo il fallimento in termini politici ed economici della prima presidenza di Alan García, all’affermarsi di Alberto Fujimori. Le sue origini nipponiche e la sua formazione professionale in agro-ecologia, oltre a valorizzare il suo essere un outsider, avevano suscitato speranze di cambiamento nelle fasce di popolazione indigena, legate alla cultura contadina e tradizionalmente discriminate dalla popolazione di discendenza ispanica.
Laura Prada de Olave, presidente del Centro Cultural Peruano de Turin, parlando del possibile ruolo delle comunità peruviane all’estero, testimonia di come queste corrano talvolta il rischio di vivere la stessa frammentazione che c’è all’interno della società peruviana, dove essere, ad esempio, contadino e povero preclude a priori l’accesso a diritti fondamentali come le cure mediche e l’educazione. La democrazia formale in Perù non ha mai garantito al 40% della popolazione lo sviluppo economico e sociale, costringendo gran parte della popolazione a vivere sotto la soglia di povertà estrema, con meno di un dollaro al giorno.
A fine serata, un soffio d’aria fresca inizia ad entrare dalle finestre della sala ancora piena di un pubblico che ha voglia di intervenire. Il clima del dibattito resta caldo: ci si chiede quanto, nel mandato nuovamente affidato al presidente Alan Garcìa, possa davvero cambiare; si esprime il desiderio di tornare prima o poi in Perù, giudicando ci sia stato comunque un miglioramento economico; si testimonia della difficoltà di vivere da lontano la sofferenza del proprio paese, ma anche di vivere la realtà italiana, oggi più dura nei confronti degli stranieri.
La strada verso casa sembra essere ancora lunga e tortuosa, ma è ferma l’intenzione di percorrerla nella prospettiva, richiamata in conclusione dal Prof. Dapelo, di indirizzare sempre più gli sforzi verso una democrazia partecipativa che promuova il coinvolgimento e la responsabilizzazione della società civile nelle scelte politiche dei governi e nella individuazione di strategie di sviluppo più rispettose dei bisogni delle popolazioni e dei diritti umani.
Daniela Gonella, Amnesty International - Circoscrizione Piemonte e Valle d’Aosta
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