07.07.2026 >
Riceviamo da Davide Canzanella, attivista del Gruppo “Italia 238 – Torino” e volentieri pubblichiamo.
Giugno è il mese del Pride. Dalla rivolta di Stonewall del 1969, cortei, bandiere e rivendicazioni hanno attraversato le piazze di mezzo mondo. Quest’anno, per la prima volta, non ho partecipato da spettatore. Ho marciato con Amnesty International, insieme ai volontari del Gruppo 238 di Torino.
Tutto è iniziato qualche giorno prima.
Dopo uno scambio di email mi invitano alla riunione preparatoria. Entro da perfetto sconosciuto. Mi siedo in fondo, ascolto persone che parlano di temi che conosco solo in parte e cerco di capire come posso essere utile.
A un certo punto qualcuno mi guarda e dice:
“Davide, ci dai una mano a portare i cartelloni al Pride?”
La richiesta è semplice, ma mi colpisce.
Mi conoscono da pochi minuti eppure si fidano. Affidano a uno sconosciuto una parte dell’organizzazione della manifestazione. Potrei sparire, potrei non presentarmi, potrei creare problemi. E invece nessuno sembra partire dal sospetto. C’è una fiducia di fondo che raramente incontro nella vita quotidiana.
Sabato mattina arrivo al punto di ritrovo. Prendo i manifesti e aspetto gli altri volontari.
Accanto a me ci sono due signori anziani. Persone colte, brillanti, con una vita piena di esperienze alle spalle. Uno è stato persino reporter. Parliamo di fotografia, libertà di espressione, dell’articolo 21 della Costituzione.
Poi passa un ragazzo con un cappello appariscente.
I due iniziano a ridacchiare tra loro.
Si scambiano qualche battuta in piemontese e infine uno mi guarda e dice:
“A noi piace la patata.”
Ridono.
Io no.
Ma non faccio nemmeno nulla.
Non rispondo. Non contesto. Non apro una discussione. Resto lì.
Ed è questo che mi ha colpito più della battuta stessa.
Mi piace pensare di essere una persona aperta, inclusiva, attenta ai diritti. Eppure quando mi sono trovato davanti a un commento che trovavo fuori luogo non ho reagito. Ho lasciato correre.
Forse per educazione.
Forse per imbarazzo.
Forse perché è più facile sostenere dei principi in astratto che metterli in pratica in una conversazione reale.
Durante il corteo continuo a pensarci.
Intorno a me ci sono musica, sorrisi, colori. Persone che ballano, famiglie con bambini, ragazzi e ragazze che per un giorno rivendicano il diritto di essere semplicemente se stessi.
E capisco che il Pride, almeno per me, non riguarda soltanto l’identità sessuale.
Riguarda la libertà di esistere senza essere continuamente ridotti a una caricatura.
Le battute, il sarcasmo, le risatine apparentemente innocue non sono violenza. Ma possono diventare il terreno su cui il giudizio cresce e si normalizza.
In mezzo alla parata guardo mia figlia.
Ha due anni e mezzo.
Ha il suo immancabile ciuccio in bocca, nonostante il mondo degli adulti continui a dirci che forse dovrebbe già averlo abbandonato.
Lei non se ne preoccupa.
Non si sente sbagliata.
Non sente il bisogno di spiegarsi.
Non sente il peso dello sguardo degli altri.
Forse la libertà che ho visto al Pride assomiglia anche a questo.
Alla possibilità di essere ciò che si è senza dover continuamente chiedere il permesso.
E forse la lezione più importante che mi porto a casa non riguarda gli altri.
Riguarda me.
La prossima volta che una battuta mi sembrerà sbagliata, spero di avere il coraggio di fare qualcosa di più che restare in silenzio.
Contributo di Davide Canzanella,
La Circoscrizione Piemonte e Valle d’Aosta di Amnesty International incoraggia la condivisione di riflessioni ed esperienze tra le persone attiviste a livello territoriale, pubblicandone eventuali contributi che, naturalmente, rappresentano le opinioni personali di chi scrive e non impegnano in alcun modo Amnesty International – Sezione Italiana OdV e la Circoscrizione stessa.
Il testo di Davide Canzanella, che pubblichiamo con ritardo e ce ne scusiamo, si riferisce al TORINO PRIDE 2026 “Venti di lotte” che si è tenuto sabato 6 giugno a Torino. Qui di seguito alcune immagini dell’evento.




