05.07.2026 >
Riceviamo da Davide Canzanella, attivista del Gruppo “Italia 238 – Torino” e volentieri pubblichiamo.
Ieri sera io e mia moglie abbiamo lasciato nostra figlia alla nonna e siamo usciti per una serata diversa dal solito. Non un cinema, non una cena. Siamo andati alla Casa del Quartiere di San Salvario per assistere alla presentazione di Genocidi, il libro di Noury e Marchesi, storiche voci di Amnesty International Italia.
Gli autori arrivano stanchi dal Salone del Libro di Torino, dopo una giornata di incontri e interventi pubblici. Eppure trovano ancora il tempo e la disponibilità per discutere davanti a una ventina di persone raccolte in una sala semplice, quasi nascosta, in uno dei luoghi culturalmente più vivi della città.
La Casa del Quartiere di San Salvario ha qualcosa di simbolico. Da oltre vent’anni prova a fare una cosa sempre più rara: creare comunità attraverso cultura, ascolto e partecipazione in un quartiere che negli anni ha conosciuto marginalità, isolamento e trasformazioni profonde.
Forse è anche per questo che parlare lì di genocidio, diritto internazionale e memoria collettiva assume un significato diverso rispetto ai grandi studi televisivi dove gli stessi temi vengono spesso consumati tra polarizzazioni, slogan e ricerca continua dello scontro.
Il libro nasce anche dalle riflessioni maturate dopo il rapporto pubblicato da Amnesty International alla fine del 2024 sulla situazione palestinese. Gli autori insistono però su un punto preciso: il termine “genocidio” non è una categoria emotiva o numerica, ma giuridica. Non dipende semplicemente dal numero delle vittime, né può essere utilizzato come strumento retorico o comparativo.
Durante la presentazione viene ricordato più volte come la definizione derivi dalla Convenzione ONU del 1948, nata dopo la Seconda guerra mondiale proprio per stabilire criteri giuridici precisi. Il genocidio viene descritto come un crimine rivolto contro un gruppo “in quanto tale”, con l’obiettivo di distruggerne continuità, identità e futuro.
Gli autori citano elementi ricorrenti riconosciuti nei grandi genocidi contemporanei: la deportazione, la distruzione sistematica delle condizioni di vita, l’impedimento della continuità familiare e culturale, la disumanizzazione progressiva del gruppo colpito.
Ed è proprio la disumanizzazione il punto centrale dell’incontro.
Nessun genocidio, spiegano, avviene soltanto attraverso le armi. Prima esiste quasi sempre una costruzione culturale e comunicativa che rende accettabile, invisibile o giustificabile la sofferenza di un popolo. Le parole contano. Le definizioni contano. Anche il modo in cui media, politica e opinione pubblica scelgono di nominare o evitare certi termini produce conseguenze nel tempo.
Nel dibattito emerge anche un altro tema: la difficoltà contemporanea di affrontare Gaza senza che ogni discussione venga immediatamente trascinata dentro logiche di schieramento assoluto. Secondo gli autori, la polarizzazione rischia di ridurre o minimizzare perfino la gravità dei crimini di guerra, trasformando il diritto internazionale in una materia sempre più fragile e negoziabile.
Viene ricordato come gran parte degli strumenti giuridici internazionali oggi messi in discussione siano nati proprio dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale. Dalla Convenzione sul genocidio alla giustizia penale internazionale, molte delle strutture pensate per impedire il ripetersi di certe tragedie sembrano oggi attraversare una crisi di credibilità e legittimazione.
Eppure, nonostante tutto, gli autori continuano a credere nella necessità di costruire consapevolezza pubblica. Parlano di giustizia internazionale, di responsabilità degli Stati, della necessità di difendere un linguaggio giuridico comune anche quando diventa scomodo o politicamente divisivo.
La parte che più mi ha colpito, però, è stata un’altra.
Guardandomi intorno mi sono reso conto che nella sala eravamo quasi tutti adulti, molti in età pensionistica. Mi sarebbe piaciuto vedere più giovani, più ragazzi, più neo genitori come noi. Più persone disposte a dedicare una sera non a una polemica online o a un talk show, ma ad ascoltare due persone discutere con calma di diritto internazionale, memoria e responsabilità collettiva.
Forse è proprio questo il punto.
In un tempo in cui tutto sembra dover diventare immediatamente tifoseria, slogan o algoritmo, luoghi piccoli come la Casa del Quartiere continuano ostinatamente a fare una cosa semplice: creare spazi in cui pensare prima di reagire.
E forse oggi è già una forma di resistenza culturale.
Davide Canzanella
La Circoscrizione Piemonte e Valle d’Aosta di Amnesty International incoraggia la condivisione di riflessioni ed esperienze tra le persone attiviste a livello territoriale, pubblicandone eventuali contributi che, naturalmente, rappresentano le opinioni personali di chi scrive e non impegnano in alcun modo Amnesty International – Sezione Italiana OdV e la Circoscrizione stessa.
Il testo di Davide Canzanella, che pubblichiamo con ritardo e ce ne scusiamo, si riferisce alla presentazione del libro “Genocidi” di Antonio Marchesi e Riccardo Noury (Ed. People) avvenuta presso la Casa del Quartiere San Salvario di Torino venerdì 15 maggio 2026.




